…e anche il modo in cui ci facciamo trovare

Cosa hai chiesto a ChatGPT la prima volta?

“Crea un immagine.”

“Rispondi a questa email.”

“traduci questo testo”

“Scrivi un biglietto di auguri”

Oppure ti sei divertito a trasformare una tua foto in un cartone animato stile Studio Ghibli, in un’action figure o in una versione completamente diversa di te.

Insomma, all’inizio abbiamo visto l’intelligenza artificiale soprattutto come uno strumento per creare contenuti o per risparmiare un po’ di tempo nelle attività di tutti i giorni (tipo scrivere quel biglietto di auguri che ci metteva proprio in difficoltà).

E in effetti funziona.

Ma mentre le chiedevamo di scrivere biglietti di auguri e creare immaginette, stava succedendo qualcosa di molto più importante.

Abbiamo iniziato ad usarla anche per cercare informazioni, confrontare aziende, chiedere consigli e decidere a chi affidarsi:

“Qual è il miglior fisioterapista vicino a casa?” 

Oppure: “Mi consigli un commercialista che lavori con gli e-commerce?” 

O ancora: “Confrontami queste tre aziende/prodotti.” 

Ed è proprio qui che cambia tutto.

Perché quando cambia il modo in cui cerchiamo informazioni, cambia inevitabilmente anche il modo in cui le aziende devono farsi trovare.

Ed è per questo che oggi parlare di SEO significa parlare anche di intelligenza artificiale.

L’AI come strumento di creazione

Partiamo da una cosa: l’intelligenza artificiale è uno strumento straordinario. Anche noi la utilizziamo ogni giorno e probabilmente lo fai anche tu, magari senza nemmeno pensarci troppo. Può aiutarti a scrivere un testo, tradurre un documento, creare un’immagine, preparare una presentazione, riassumere una riunione o trovare un titolo più efficace per una newsletter. Fa risparmiare tempo, aiuta a superare il famoso “foglio bianco” e, in molti casi, migliora davvero la produttività.

Il problema non è usare l’AI. Il problema è pensare che basti premere un pulsante.

Un testo può essere scritto perfettamente dal punto di vista grammaticale e, allo stesso tempo, essere completamente anonimo. Un’immagine può essere bellissima, ma raccontare qualcosa che non esiste. Una pagina può sembrare completa, ma contenere informazioni non aggiornate o addirittura sbagliate.

L’intelligenza artificiale accelera la creazione dei contenuti, ma non sostituisce l’esperienza, il buon senso e la responsabilità di chi quei contenuti decide di pubblicarli.

Ed è proprio questo il motivo per cui, tra poco, parleremo anche di AI Act e di trasparenza. Prima, però, c’è un cambiamento ancora più importante da capire.

L’AI come strumento di ricerca

Se la prima fase dell’intelligenza artificiale è stata quella della creazione dei contenuti, la seconda è quella della ricerca.

Ed è quella che sta cambiando davvero il web.

Fino a poco tempo fa cercare un’informazione significava quasi sempre aprire Google, digitare due o tre parole e iniziare a visitare i primi risultati.

Ad esempio cercavamo “miglior fisioterapista a Roma”, aprivamo qualche sito, leggevamo le recensioni e confrontavamo i servizi offerti.

Oggi possiamo fare una domanda molto più articolata.

“Ho un dolore alla spalla da due mesi. Lavoro otto ore al computer. Mi consigli un centro specializzato nella mia zona?”

Oppure:

“Confrontami tre commercialisti esperti in e-commerce.”

O ancora:

“Qual è la differenza tra un ottico, un optometrista e un oculista?”

La differenza è enorme.

Non stiamo più cercando una pagina.

Stiamo chiedendo una risposta.

Per costruirla, le AI non si limitano a trovare i siti web. Leggono le informazioni disponibili, leggono le opinioni degli utenti, le confrontano, cercano di comprenderle e le riorganizzano in un linguaggio semplice, cercando di rispondere direttamente alla tua domanda.

Questo significa che, per un’azienda, la domanda non può più essere soltanto:

“Sono primo su Google?”

Oggi dobbiamo iniziare a chiederci anche altro.

Le AI hanno capito davvero chi siamo?

Associano il nostro brand ai servizi corretti?

Trovano informazioni coerenti sul nostro conto?

Riescono a distinguerci da aziende con nomi simili?

Ci prendono in considerazione quando un utente chiede un consiglio nel nostro settore?

Sono domande nuove. Ma saranno sempre più importanti.

Un caso importante da conoscere

Le AI sono bravissime a collegare informazioni. Ma, se online esistono aziende con nomi simili o addirittura identici, hanno bisogno di trovare segnali chiari per distinguerle.

Un centro studi del litorale laziale, ad esempio, si è trovato a dover chiarire più volte di non avere alcun legame con un ente omonimo finito al centro di una vicenda riguardante l’autorizzazione di alcuni corsi di formazione.

Il problema non era (solo) il posizionamento su Google, ma la costruzione di un’identità digitale sufficientemente chiara da evitare equivoci, sia per le persone sia per gli strumenti di ricerca basati sull’intelligenza artificiale.

Naturalmente nessuno può decidere cosa scriverà ChatGPT o quale azienda consiglierà un sistema di AI.

Possiamo però fare in modo che, quando questi strumenti cercano informazioni sulla nostra attività o sui nostri servizi, trovino contenuti chiari, aggiornati e coerenti.

La ricerca non finisce più con un clic

Per molti anni il percorso era abbastanza lineare.

Una persona effettuava una ricerca su Google, entrava sul sito, leggeva le informazioni e, se era interessata, compilava un modulo o telefonava.

Oggi questo percorso è molto meno prevedibile.

Immagina una persona che chieda a un assistente AI quale fisioterapista scegliere nella propria città. Dopo aver letto la risposta potrebbe cercare direttamente il nome del centro su Google, leggere le recensioni, visitare il profilo Google Business, dare un’occhiata ai social e soltanto alla fine arrivare sul sito. Oppure potrebbe telefonare senza averlo visitato affatto.

Il percorso non è più necessariamente:

ricerca → sito → contatto

Può diventare:

domanda all’AI → scoperta del brand → verifica → contatto

Questo significa che anche il modo di misurare il lavoro SEO sta cambiando.

Il sito continua a essere fondamentale, ma non sempre rappresenta il primo punto di contatto tra un’azienda e un potenziale cliente. Sempre più spesso è uno dei tasselli di un percorso molto più articolato, nel quale entrano in gioco anche recensioni, schede locali, social network e tutte le informazioni che contribuiscono a costruire la reputazione del brand.

Cosa leggono le AI quando parlano di un’azienda?

Molti immaginano che un’intelligenza artificiale legga semplicemente la homepage del sito. In realtà costruisce la propria risposta mettendo insieme informazioni provenienti da fonti diverse.

Può consultare il sito aziendale, gli articoli del blog, le pagine dedicate ai servizi, le recensioni, i profili Google, le citazioni presenti su altri siti, i social network e, più in generale, tutte quelle informazioni pubbliche che riesce a collegare al tuo brand.

È un po’ come ricostruire un puzzle.

Più i pezzi sono coerenti tra loro, più sarà semplice capire chi sei e di cosa ti occupi.

Se invece il sito racconta una cosa, il profilo Google un’altra, gli articoli sono fermi da cinque anni e le recensioni parlano di servizi che non offri più, anche un’intelligenza artificiale farà fatica a costruire un’immagine precisa della tua azienda.

Ecco perché oggi la SEO non riguarda più soltanto il sito web.

Riguarda tutta la tua identità digitale.

Quindi dobbiamo scrivere per le AI?

La risposta è no.

Anni fa molte aziende scrivevano testi pensando esclusivamente a Google. Il risultato erano pagine piene di parole chiave, ma spesso poco utili da leggere.

Oggi rischiamo di commettere lo stesso errore, cercando di scrivere “per ChatGPT”.

In realtà l’obiettivo è un altro.

Dobbiamo creare contenuti più chiari, più completi e più affidabili. Contenuti che rispondano davvero alle domande delle persone, che spieghino bene i servizi offerti, che vengano aggiornati nel tempo e che dimostrino competenza reale.

Se un contenuto è utile per una persona, sarà molto più semplice da comprendere anche per un’intelligenza artificiale.

È qui che entra in gioco un concetto di cui sentiremo parlare sempre più spesso: la GEO (Generative Engine Optimization).

La GEO non sostituisce la SEO.

La completa.

Perché oggi non basta più essere facilmente trovati dai motori di ricerca. Dobbiamo fare in modo che anche gli strumenti di intelligenza artificiale comprendano correttamente chi siamo, cosa facciamo e perché un utente dovrebbe scegliere proprio noi.

E mentre le AI cambiano il web, arrivano anche le regole

Mentre impariamo a convivere con questi nuovi strumenti, anche l’Europa sta definendo le regole del gioco.

L’AI Act, entrato in vigore nel 2024, prevede un’applicazione graduale delle sue disposizioni. Dal 2 agosto 2026 diventano applicabili anche gli obblighi di trasparenza previsti dall’articolo 50 per specifiche tipologie di sistemi e di contenuti generati o manipolati con l’intelligenza artificiale.

Questo significa che ogni testo scritto con ChatGPT dovrà riportare un’etichetta?

No, ed è proprio questo uno degli equivoci più diffusi.

Gli obblighi dipendono dal tipo di contenuto, da come viene utilizzata l’intelligenza artificiale e dal ruolo che ha avuto una persona nella revisione e nella pubblicazione del materiale.

Per questo motivo abbiamo deciso di dedicare un secondo approfondimento all’AI Act, cercando di rispondere alle domande che molti imprenditori si stanno facendo in queste settimane: cosa bisogna davvero dichiarare? Quali siti sono interessati? E quali, invece, possono continuare a utilizzare l’intelligenza artificiale come semplice strumento di supporto?

Perché, oggi, non basta più sapere cosa può fare l’AI.

È arrivato il momento di capire anche come usarla in modo corretto e trasparente.

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